TEORIA MUSICALE – LE NOTE SUL PENTAGRAMMA
La lettura delle note sul pentagramma richiede una buona dose di studio e di applicazione. Si deve riconoscere l’altezza del suono in base alla sua collocazione sulle linee o negli spazi del pentagramma; la permanenza del suono nel tempo in base alla figura e a quei segni (punto, legatura…) che possono dilatarne la durata; l’intensità di ogni singolo suono o di ogni frase musicale per mezzo dei segni dinamici; si devono riprodurre i segni di espressione (legatura di portamento, staccato…).
Ma ancor prima c’è da seguire l’indicazione del tempo per mezzo della frazione posta subito dopo la chiave e
l’eventuale indicazione scritta sopra al pentagramma (andante, mosso ecc…); riconoscere la tonalità in base all’armatura di chiave, e non scordarsi mai che una alterazione posta in chiave vale per tutta la durata del brano, a meno che non venga annullata dal bequadro.
E per ultimo, siccome più o meno tutti, con una buona dose di volontà e di applicazione nello studio sono in grado di riprodurre una musica, la parte più importante dell’esecuzione di un brano musicale o di una canzone: l’interpretazione.
Proprio così, malgrado tutta la fatica fatta per riuscire a leggere la musica (magari a prima vista!) ciò che rende unico un interprete non è tanto la capacità tecnica, peraltro indispensabile, ma la sua capacità interpretativa, la sua sensibilità.
Ma andiamo per gradi: vediamo di fare un riassunto di quello che fino ad ora abbiamo imparato riguardo alla lettura delle note sul pentagramma. Prima di tutto ti consiglio di ripassarti tutti gli articoli in “Teoria musicale” e in particolare:
Leggere le note
I segni dinamici dell’intensità
Le alterazioni musicali
Le tonalità – prima parte
Le tonalità – seconda parte
Poi, una piccola ma doverosa precisazione sul punto che mi sono scordato di fare a suo tempo.
Abbiamo visto che il punto posto a destra di una nota ne aumenta la durata di metà del suo valore. Questo segno, detto punto di valore, non è da confondersi con un altro punto che invece viene posto sopra o sotto la figura e che indica un suono corto, eseguito staccato dagli altri. E’ appunto il segno di staccato.
Esempio di staccato
Contrassegnato dal cerchio rosso puoi vedere qualcosa che sembrerebbe un paradosso: il punto di staccato insieme al segno di legatura che suggerisce invece l’esecuzione legata dei suoni. In realtà questa contraddizione viene usata per indicare un legato che lasci però uno stacco pur minimo tra i suoni, detto portato.
Ed ora andiamo avanti. Vediamo se con quattro misure riusciamo a riassumere per sommi capi quello che abbiamo appreso fino ad ora:
Le note sono nell’ordine: Re, Fa, Sol, La, nella prima misura; Si, Do nella seconda misura; Re, Do, Si, La, Sol, Fa, Mi, Re, nella terza misura; Do nella quarta misura.
A: chiave di Sol (violino)
B: armatura di chiave che indica la tonalità. In questo caso con due diesis siamo in tonalità di Re maggiore (o Si minore). L’armatura di chiave segnala che tutti i Fa e i Do saranno considerati diesis.
C: tempo. In questo caso 4/4
D: segno dinamico di intensità
E: minima posta sulla quarta linea che indica un Re da tenere per 2/4
F: semiminima posta nel primo spazio che indica un Fa da tenere per 1/4
G: accento
H: croma posta sulla seconda linea che indica un Sol da tenere per 1/8
I: punto di valore. La minima davanti alla quale è posto viene aumentata di metà del suo valore
L: legatura di portamento
M: semibreve posta sotto al pentagramma con un taglio in testa che indica un Do centrale da tenere per 4/4.
Mirco Conforti






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